Sabato grigio.

Era tardo pomeriggio, ed era un sabato grigio.

Non un sabato qualsiasi, bensì il giorno del loro terzo anniversario. Ezra aveva un’oretta di tempo per prendere una bottiglia, correre a casa, mettersi addosso quel completo che a sua moglie piaceva tanto e andare a prenderla a lavoro. Avrebbero stappato sul mare, come lei amava, cenato al suo ristorante preferito, e poi chissà, diceva lei; lui, già sapeva.

Guidava nel traffico, pioviccicava. Arrivò al supermercato inventandosi un posto in un angolino, a spina di pesce. Guardò l’orologio, affrettò il passo.

L’ipermercato era pieno, e non poteva aspettarsi altro, quel giorno a quell’ora. Dovette farsi strada tra donne, nonne, carrelli, correndo tra gli scaffali. Prese frettolosamente una bottiglia di Moët, dirigendosi alla cassa.

Fu tentato di comprarsi del cibo; non aveva toccato nulla per tutto il giorno. Sapeva però che avrebbe perso tempo, e che sua moglie non glielo avrebbe perdonato.

C’era talmente tanta gente che le file arrivavano a essere in trasversale, il corridoio era stracolmo di carrelli, a loro volta stracolmi di cibo. Per un attimo si sentì scoraggiato ma non si diede per vinto. Cercò una coda meno lunga e la individuò, vicina all’ingresso: clamorosamente solo quattro clienti in fila. Si fece coraggio; schiarì la voce e chiese gentilmente all’ultima persona della coda se potesse fargli la cortesia di lasciarlo passare avanti.

“Ho solo questa – aggiunse – … faccio in un attimo”.

“Certo, certo, prego!” sorrise affabile un uomo sui 60 anni, con occhiali da vista sottili.

Un’ altra signora fece lo stesso, anche se di sorridere non aveva alcuna voglia.

Si trovò infine alle spalle di una bionda. Era agitata: rimproverava animatamente un bambino, poco più che neonato, seduto nel carrello. Bastò concentrarsi un attimo su quella chioma e su quella voce squillante che aveva ascoltato per anni, per rendersi conto di chi aveva di fronte. La donna si voltò, proprio pochi istanti prima che la mano dell’uomo le sfiorasse un braccio, lo stesso braccio che ritrasse di scatto, al tatto con essa. Lui riconobbe gli occhi chiari, struccati, quella pelle un tempo liscia e perfetta, ora stanca e rigata da piccole rughe. Lei parlò, e lui le fissò le labbra, quelle labbra carnose che un tempo amava, e che adesso gli sembravano stranamente un po’ sbiadite.

“Ezra!” esclamò la donna.

L’espressione di fastidio che quel tocco le aveva procurato mutò di colpo in un sorriso regale, il suo sorriso. Passò però un istante e quello sguardo mutò; e, come un tempo, era come se non lo guardasse più. Cercò di darsi un tono: stirò i capelli dietro le orecchie con entrambe le mani, irrigidì la schiena, gonfiando il petto, mostrando il seno gonfio che si intravedeva da una scollatura più discreta di quelle a cui lo aveva abituato. L’occhio gli cadde, e notò subito che anche lì qualcosa mancava, o forse era di troppo.

“Alessia!” disse, sorridendo sincero.

Non si sarebbe mai aspettato, dopo quello che lei gli aveva fatto passare, di aver potuto un giorno pronunciare il suo nome con un tono così dolce. Lei gli guardò i vestiti e sorrise; era agitata, ora un po’ di meno.

“Il solito pessimo gusto vedo …” disse, con una punta di sarcasmo.

“Certe cose non cambiano mai … – replicò lui, divertito, a proprio agio – altre invece …”

Scavalcò la donna con lo sguardo, centrandolo sul bambino paffuto, biondo, occhi chiari, seduto di fronte a lui nel carrellino del supermercato. Lei seguì il suo sguardo e scoprì suo figlio, e si sentì ancora vulnerabile “Ah, lui … già, sono un paio di anni oramai che è tra noi.” Disse, e rise; uno di quei risolini fatti per mascherare l’imbarazzo.

Ma non ci riuscì e lui lo percepì.

“Dicevi che sarebbe stata l’ultima cosa che avresti fatto nella vita …”

 “Già, dicevo tante cose. Si cresce, si cambia. Tu invece? Lavori sempre a xxx? Sono passata un paio di volte, per caso… non ti ho mai visto”.

Gli tolse lo sguardo di dosso, sfumando il tono della voce verso il basso, come faceva quando voleva farlo sentire poco importante. Lo scavalcò con lo sguardo, cercando qualcuno, o qualcosa, assente.

“Mi sono licenziato da un paio di anni. Ora lavoro a y, vicepresidente.”

La sua voce era calma; un tempo avrebbe pensato che dirle una cosa del genere lo avrebbe fatto godere. In quel momento lo disse come lo si dice a un vecchio amico. Lei scosse appena il capo, guardandolo come forse mai aveva fatto. Rimase un istante interdetta, reclinando il capo, si spostò i capelli dagli occhi e riprese a parlare.

“Vicepresidente? …”

“Già. Il padre di mia moglie è a capo dell’azienda. Ho iniziato dal basso, ma mi sono dato da fare.”

“Ah… tua moglie, capisco.”

Lei stirò nuovamente i capelli dietro le orecchie; stavolta con una sola mano. Lo faceva quando era nervosa, più del solito. Ricordava anche questo. Accennò un sorriso, lei lo colse, e lo ricambiò, ma si vedeva che non sorrideva, ed era anche un po’ spezzata.

“Amore …” arrivò lui, corricchiando, trafelato.

Era un uomo grassoccio, piazzato, con una testa enorme, spelata.

“Guarda un po’! C’è più carta ed è in offerta.” Disse l’uomo, stringendo in mano una confezione di carta igienica.

Ezra trovò buffo l’entusiasmo con cui l’omone disse quella frase, e non si sforzò di non farlo notare. Continuò a sorridere, cercando lo sguardo di lei; non lo trovò, ma questa volta non per le solite ragioni.

“Bravo, metti nel carrello.” Disse lei, decisa.

L’omone la guardò un po’ intontito, lei si passò nuovamente una mano tra i capelli

 “Salve – disse Ezra, porgendo la mano all’uomo – con sua moglie ci conosciamo da una vita.”

Lui sorrise affabile, ricambiando sorriso e stretta.

“Piacere mio! Colombo.” Disse l’uomo, mentre la donna non li guardava.

“Beh, avrei solo questo; spero di non darvi troppo disturbo se salto la fila.”

Ezra indicò la bottiglia; marito e moglie la guardarono, e per lei fu l’ultima mazzata, o almeno così pensava. “Oh, si festeggia allora!” incalzò Colombo.

 “Già, tre anni di matrimonio. Mia moglie tiene parecchio a queste cose.”

Lei ricordò tutti i loro anniversari di fidanzamento passati sotto silenzio, e quella fu l’ultima mazzata.

“Beh, allora le auguro di passare una splendida serata!” replicò cordialmente Colombo.

“Già.” Aggiunse nervosamente la moglie, continuando a cercare qualcosa che proprio non riusciva a trovare.

Ezra rimase lì un attimo, in silenzio; poi scrollò le spalle, sorridendo imbarazzato.

“Vado allora … buona serata anche a voi e grazie!” disse tutto di un fiato.

“Arrivederci!” replicò l’omone.

“Arrivederci.” Gli fece eco la moglie; un’eco lontano.

Ezra superò il carrello e si portò avanti nella coda. Alle sue spalle Colombo lo seguì con lo sguardo, poi guardò suo figlio: felicità. Gli pizzicò le guance.

“Come sei bello, bello, tutto papà” ; il piccolo rise, un guaito, come fanno i bambini.

Ezra non sentì nulla, se non un peso che dopo anni volava via. Arrivò alla cassa, pagò la bottiglia con la carta di credito e ogni rumore, ogni parola sembrava ovattata, lontana anni luce da lui. Uscì dal supermercato con un sorriso leggero, non pioveva più.

Bastò il trillo del cellulare per riportarlo alla realtà. Un messaggio: sua moglie. Non era contenta: era in ritardo, come al solito. In realtà non lo era ancora. Mise il telefono in tasca, accelerando il passo, un po’ più appesantito.

 

 

 

9 pensieri riguardo “Sabato grigio.

  1. Bello, ben scritto. Mi fa pensare quel passo appesantito finale, quasi che Ezra avesse capito di avere infine fatto i conti con una pagina non chiusa del suo passato, rivedendo una donna con cui era stata evidentemente una fortuna non costruire una famiglia, e tuttavia quel ritorno alla realtà, la moglie che lo chiama per il ritardo, il passo appesantito… chissà…
    Grazie di aver seguito il mio blog, ricambio volentieri!
    A presto
    Alexandra

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  2. quegli strani incontri che ti fanno pensare a come sarebbe stato se…triste il finale, con la noiosa telefonata che sa di donna figlia del presidente e quell’appesantirsi di ezra sotto il macigno del dubbio…bel pezzo ciauuu

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