Fumo e benzina

Tornavo a casa che puzzavo sempre di alcol, fumo e sudore. Puzzava la mia pelle, la mia barba; i miei vestiti, le mie mani. Amavo l’odore delle mie mani. Amavo annusare indice e medio quando tiravo dalla sigaretta. Quell’odore di carne impregnata di fumo, carne affumicata, la mia. I miei vestiti, quasi sempre gli stessi; una tuta, di marca. Sembravo un barbone, nonostante avessi i soldi per potermi pagare tutto ciò che volessi, compresi i litri e litri di alcol che tracannavo ogni giorno. Avevo smesso di curarmi, anche un minimo. Avevo smesso di scegliere i vestiti da indossare, nonostante ne comprassi tantissimi, ad ogni cambio di stagione. Avevo smesso di lavarmi ogni giorno, i denti, di rado. La mia pelle unta, la mia faccia gonfia, deforme. Guardarmi allo specchio mi ricordava ogni mattina quanto fosse bello, puro, il mio viso, quando ancora non ero schiavo dell’alcol. Ma anche quel pizzico di rabbia che un tempo mi portava a fare a botte con le mie abitudini era oramai andato via. Era subentrata una apatica rassegnazione. Rassegnazione all’alcol, alla vita, alla gente, alle sue mancanze, alle mie.

Non frequentavo più nessuno in maniera abituale, e quando iniziavo a farlo scomparivo. Avevo due cellulari. Uno per la padrona di casa e i familiari stretti, che oramai evitavano di chiamarmi, uno per la gente che conoscevo ogni giorno, nelle mie camminate, sulle chat che frequentavo, prevalentemente di incontri occasionali.  Dormivo, per metà del tempo. Per l’altra metà bevevo, facendo cose irrilevanti.

Poi conobbi X e tutto cambiò. L’incontrai una sera in un locale. Ci ero andato con un amico a caso, le solite intenzioni. Tra un negroni e una doppio malto alla spina mi ritrovai non so come a discutere sul sesso orale con tre ragazze, e tra di loro c’era lei. Una era la solita falsa pudica: il suo “ma certo che non lo faccio” mutò in un “non parlo di queste cose” (ragione per la quale continuava a rimanere tra noi e a parlarne) per poi diventare un “sono fatti miei”. Per trarre le mie conclusioni bastò notare come il tessuto di tutti i vestiti che indossava, in pieno inverno, non fosse sufficiente a farci una sciarpa. Poi c’era la disinibita: parlava, parlava parlava; raccontava di quanto le piacesse, di come fosse brava, di come conoscesse ogni punto del piacere, tecniche al limite dell’equilibrismo. Aveva i capelli unti e ricci, gli occhi a palla, occhiali spessi con una montatura rossa, ed era grassa; si attaccava al cellulare nell’esatto momento in cui smetteva di parlare. Chissà pensai, se ne fa almeno la metà di quanto ne parla. E poi c’era lei: ascoltava in silenzio, al mio fianco. Spesso sorrideva, ogni tanto rideva di gusto, principalmente dopo che buttavo giù una sorsata abbondante di birra, e mi impegnavo il più possibile, scavando tra le mie vecchie battute più riuscite. A una certa finii la birra, e l’entusiasmo della discussione andò scemando. La pudica venne raggiunta da un gruppetto di amiche che la invitò a entrare in pista e a ballare un po’. Ci salutò accodandosi a loro, mentre la disinibita si alzò, dileguandosi lentamente, messaggiando al cellulare. Rimasi solo con lei ed ero in imbarazzo; sentii fortissimo il bisogno di bere, per recuperare brillantezza. Stavo quasi per alzarmi quando mi guardò, scrollò le spalle e disse “Io li faccio i pompini.” Quella sera non me ne fece, nonostante un po’ proprio ci sperassi. Passammo una bella serata. Per un paio di ore parlammo di un po’ di tutto, e in quelle due ore dimenticai di aver bisogno di bere per potermi sentire a mio agio, brillante, desiderabile, migliore di quello che pensavo di essere da sobrio. A fine serata ci salutammo con una stretta di mano e un abbraccio tiepido; mi lasciò il suo numero scritto su un foglietto, con le dita e il fondotinta (di una sua amica).

Dalla sera seguente incominciammo a uscire insieme. Prima da soli, poi, pian piano, con i suoi amici.

Ripresi a vestirmi bene, e a prendermi cura di me.

X non beveva, io, da quando l’avevo conosciuta, cercavo di limitarmi durante la giornata, accelerando poco prima di vederla, continuando per tutta la serata quando eravamo in compagnia. I suoi amici, soprattutto le sue amiche, mi trovavano adorabile. Quando eravamo in gruppo, però, la infastidivo; mi trovava diverso. Parlavamo poco e spesso litigavamo. Ma, sotto sotto, le piaceva avere un ragazzo così: desiderato, al centro dell’attenzione. Riusciva a carpire il desiderio nei gesti, negli sguardi, in piccole frasi dette e in quelle non dette delle sue amiche.

Ogni bel gioco, però, si sa, dura poco. E tutto quell’alcol diventò una presenza ingombrante. Iniziarono le battutine e le invidie dei maschi, gli argomenti di discussione si esaurirono, appiattendosi, l’entusiasmo delle sue amiche scemò insieme alla novità. Un paio di scenate fuori luogo e la convinsi ad allontanarci da quella cerchia di persone che già detestavo.

Con lei stavo bene, e a lei piaceva stare con me.

Sapeva che bevevo troppo, ma non mi diceva mai nulla e io nulla a lei.

Iniziai a bere di meno, e iniziammo a starcene più in casa, noi due, da soli. Condividevamo interessi, passioni, sogni. Per me era tutto nuovo, ed era tutta una scoperta.

Smisi di comprarmi vestiti; non ne avevo bisogno.

Arrivai quasi a smettere di bere, o a farlo di nascosto, nelle rare occasioni in cui sentivo proprio di non poterne fare a meno.

Piano piano subentrò la routine e, per variare un po’, riprendemmo a uscire con i suoi amici. Bastava prendere una birretta leggera per scatenare le solite ironie,  parlare di qualcosa che non fosse il lavoro per essere ignorato. Non avevo più neanche la forza di avvampare, mancava la benzina. Anche lei si sentiva un po’ ai margini, e ne soffriva.

Iniziai a essere sempre più grigio. Non incazzato; apatico, grigio.

E lei lo notò.

Smisi di bere e lo feci per un bel po’.

Il tempo che passavamo insieme scorreva lentissimo, gli interessi in comune sempre più stressanti e impegnativi. Le rare volte che si usciva con i suoi amici era un incubo, anche peggio di prima. Alle facili ironie era subentrata una velata compassione. Le poche parole che mi venivano rivolte riguardavano quasi esclusivamente il fatto che non bevessi più, e di quanto fosse coraggiosa e ammirevole la mia scelta.

Smisi di prendermi cura di me. La barba lunga e incolta; puzzavo.

Le cose peggiorarono ancora, lentamente, fino a precipitare.

Una sera avemmo una discussione particolarmente accesa. Ero troppo nervoso, o troppo apatico. Avevo sempre da ridire, non volevo uscire, le cose che facevamo erano sempre le stesse. Non ero più quello di cui si era innamorata. Non mi ricordo se a dirlo fu lei o io.

Ricordo solo che quella sera tornai a casa mia.

Aprii la porta, la chiave non girò nella serratura per più di un’unica mandata. Le luci erano accese; dalla cucina provenivano risate e un vociare femminile sopra le righe. Mossi pochi passi in avanti e urtai contro bottiglie vuote di birra, in vetro, che si rovesciarono a terra. Le risa e il ciarlare si bloccarono di colpo. Leggermente ingobbito mi incamminai nel corridoio, dirigendomi verso la cucina. Voltai l’angolo e mi trovai di fronte una ragazzina punk, o qualcosa del genere, hipster, non so come andrebbe definita; al suo fianco, un altro tizio che le assomigliava nel vestire. Lei, capelli tinti, rosa e qualche ciocca nera, il suo nero naturale. La frangetta. Le lentiggini. Un po’ di piercing, sparsi qua e là. Lui, in occhiali da sole.

“Ah, ciao.” Mi disse, atonale. Guardai lei e poi lui. “Vai, togliti dai piedi” gli disse. Il tipo la fissò stranito. “Dai su, vai. Sei noioso.” Incalzò, spintonandolo. Il ragazzo barcollò, arretrando. Rimase in silenzio per un po’, fissando lei, poi me. Infine si voltò, prese il suo giubbotto da un appendiabiti storto, vicino alla porta dell’ingresso, ed uscì di casa. Lo seguii con lo sguardo, in silenzio, lei al mio fianco, braccia incrociate: mi fissò per un po’ dalla testa ai piedi, poi si voltò. “Mangi? Ha comprato al cinese” mi disse, riferendosi al tizio che aveva appena cacciato.

Avevo il cellulare spento, e non mi ero accorto del messaggio che la padrona di casa mi aveva mandato: sua figlia non aveva dove stare e avrebbe passato la notte da me.

Stappò due birre e le poggiò sul tavolo; io non fiatai, e le sedetti di fronte. Mise i piatti in tavola e iniziò a parlare, parlare, parlare. Finsi a me stesso di pensarci un po’ sù, poi iniziai a bere.

Bevemmo tantissimo e parlammo tanto. Parlammo di tutto ciò che la riguardava. Mi raccontò delle sue prime cotte, le sue mille storielle, le sue passioni, infiocchettandole come meglio poteva. Sembrava intelligente, oltre che bella.

Alla fine della discussione ci trovammo in silenzio, uno di fronte all’altro. Avvicinò lentamente la sua mano destra, piccolina, alla mia. La schiacciò con una fermezza singolare per una ragazzina così minuta.

In pochi secondi eravamo a letto, avvinghiati l’uno all’altra.

La stringevo e la baciavo, e mentre pensavo di sentire un po’ di quella benzina che da tanto tempo mi mancava risalirmi dallo stomaco al petto, mi resi conto che arrivò in gola, fino a uscire dalla mia bocca.

Feci giusto in tempo a voltarmi prima di vomitare di fianco al letto, inondando il pavimento.

Mi guardò impietosita.

“Potevi dirmelo che non reggi l’alcol”.

Neanche trovai la forza di rispondere. Pulì la stanza e mi mise a letto, si stese al mio fianco, guardandomi dormire di spalle per tutta la notte.

Sentivo il peso della sua compassione.

Il giorno dopo mi svegliai con una bacinella piena di vomito sotto il naso; dall’altra stanza sentivo chiare le sue grida e quelle di sua madre.

“Non lo conosci, è un bravo ragazzo!”

Diceva.

Forse era vero, chissà.

Io, chi fossi, non lo sapevo più.

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