Dall’alba al tramonto

Viveva con lei in una casetta sul lago. Erano un paio di anni oramai. Lo avevano deciso all’alba, in una primavera di circa quarant’anni prima, sulla stessa riva; le mani intrecciate, un unico sguardo verso il sole che nasceva a nord est, qualche chilometro in là. Lui l’aveva detto per primo, e ci credeva; lo sognava da quando aveva visto quella riva per la prima volta, da ragazzino. Era nato in città, famiglia benestante, istruita; lei aveva passato la maggior parte della vita in un paesotto di montagna, prima di andare a vivere proprio un paio di isolati distante da lui.

Incominciarono incrociandosi per strada. Poi lo stesso liceo, la stessa università. Una dichiarazione di amore che fu’ come un fulmine a ciel sereno, prima di un temporale annunciato. Gli anni di insegnamento, le esperienze condivise, la stessa sostanza, due diversi punti di vista.

Il tempo scorreva, nessun figlio, nessun nipote. Infine la pensione.

E poi lì. Quella casa, su quel lago.

Lei lo aveva accettato con un sorriso incerto e l’animo titubante. Lui lo aveva deciso come un ultimo atto che sapeva di liberazione.

Il cuore di lei diventò pesante. Le mancavano sua sorella, i suoi figli, e i figli dei suoi figli. Le sarebbe piaciuto averne più di ogni altra cosa e, pensava, era il cruccio della sua vita. Iniziò a realizzarlo esattamente in quei due anni, quando i silenzi si moltiplicarono, e tutto ciò che faceva era ordinare la casa, cucinare, far la spesa, in quel piccolo paese.

Lui invece era come se fosse rimasto in città. Non sentiva più il bisogno di parlare di quello che aveva insegnato per anni. Ne aveva le palle piene. Passava le giornate su internet. Gli si era aperto un mondo che a stento immaginava esistesse. In particolare, andava matto per il gossip, le famiglie reali.

A volte però rinsaviva; abbassava gli occhiali, battendosi le tempie con il palmo delle mani. Appassiva sullo sgabello che reggeva le sue chiappe rinsecchite per ore e ore. Guardava allucinato lo schermo sbattergli in faccia le foto in costume intero della principessa di Monaco, in vacanza a Formentera, chiedendosi cosa avesse fatto di terribile per ridursi in fin di vita in quella maniera.

Durava solo pochi istanti; poi premeva l’indice contro il centro della montatura degli occhiali. Ingobbendosi affilava lo sguardo, e tornava tutto come prima.

Lei aveva gruppi e gruppi What’s up su cui passava metà delle giornate. Colleghe, amiche, parenti. Non era un bel periodo e non era felice, quindi nessuno se la filava. E’ brutto da dirsi ma è così: nessuno si fila le persone infelici.

Passava il tempo buttando frecciatine a chi voleva più bene. Ogni tanto si svegliava, stranamente di buon umore: condivideva la catena o il video di turno, foto del lago, le montagne, selfie di lei in costume intero, sorridente; in testa l’ultimo modello del cappello della regina d’Inghilterra. Ovviamente in poche le davano corda; i trascorsi dei giorni precedenti la rendevano poco credibile. E tutto daccapo, allusioni e frecciatine.

Un pomeriggio lui era al pc; leggeva un articolo di cucina sull’importanza dell’uso del termometro per bistecche. Si alzò dallo sgabello, incamminandosi verso la stanza di ingresso, un tutt’uno con la cucina. Si trascinò lentamente, come oramai faceva da qualche anno. Percorse un breve corrodoietto entrando in quella enorme stanza, pulita, ordinata, un po’ vuota. Arrivò alle tazzine, vicine al lavabo; c’era ancora una spugnetta che schiumava sapone. La sua mente andò all’ultima volta in cui aveva lavato una tazzina: la loro seconda luna di miele, a un passo dalla pensione. Quattro giorni al mare. Era stata una pessima idea: il caldo, la gente, le zanzare, i rumori. Il penultimo giorno avrebbero dovuto fare un giro in barca, ma la moglie ebbe un malore.

Rimase a letto tutto il giorno, lui al suo fianco, fino al mattino. Preparò la colazione e gliela servì. In tutti quegli anni non aveva mai fatto niente del genere. Lei sorrise, lo premiò con un bacio.

Stava ancora male, ma il peggio era andato via.

Il vecchio tirò appena le labbra; gli si incise in faccia un sorriso malinconico. Durò pochi istanti, un tuono lo fece sobbalzare. Fu come uno schiaffo. Alzò lo sguardo e fuori vide sua moglie, riparata, al centro del gazebo. Il suo corpo si stagliava contro le montagne; nuvoloni neri incombevano minacciosi. Lei era lì in piedi, di spalle, immobile, avvolta in un vestito leggero, colorato, che le lasciava scoperto il trapezio. Teneva le mani strette al petto, stringendo qualcosa che proprio non voleva lasciar andare. Guardò bene e gli sembrò di notare quelle spalle strette sussultare, come se avesse il singhiozzo. Si accorse di aver dimenticato il motivo che lo aveva spinto a muoversi dalla sedia. Si voltò di istinto, cercando il computer e quello sgabello alle sue spalle, nell’altra stanza. Li trovò immobili, ai piedi della finestra. Da quel lato il cielo era sgombro e azzurro, con qualche nuance rossastra. Con la solita lentezza andò alla porta di casa e l’apri. Passo dopo passo si avvicinò a quella donna, sua moglie. Il vento cercava di dissuaderlo, lui sfregò la pelle grinzosa appesa ai bicipiti, tirando avanti.

Ai suoi ultimi passi la donna si accorse di lui. Come se uno sconosciuto l’avesse vista nuda, mosse entrambe le mani verso il basso, un solo gesto, tenendole unite. Lui le seguì, e notò l’anulare della sua mano destra rintanato nella mano sinistra. Le si affiancò, tenendosi alle sue spalle, esausto. Poi si voltò verso il lago, e andò a stanare la sua mano destra, stringendola. Era umida. Guardò il lago anche lei, e si sentì a suo agio, vestita, ancora per un po’.

Rimasero ammutoliti per minuti e minuti, le mani incrociate, come quarant’anni prima. Tra le montagne il sole andava a dormire a nord ovest, senza lasciare traccia.

D’un tratto iniziò a piovere e lui ruppe il silenzio “Siamo qui da due anni e non abbiamo fatto il bagno neanche una volta…” disse, con un tono leggero.

Lei non seppe trattenersi e scoppiò in lacrime, ridendosela. “Ora non lo farebbe mai nessuno …” cinguettò vulnerabile. Lui guardava innanzi a sé, allucinato; si batte’ le tempie con i palmi di entrambe le mani, scosse appena il capo, abbassandosi gli occhialetti da vista sul naso. Poi si voltò e la fissò. Premette gli occhiali al centro della montatura, rialzandoli. Socchiuse gli occhi per vederla meglio. Inumidì le labbra secche e tremanti e, tremando, le disse, come se bestemmiasse “Peggio per loro!”.

Lei sorrise e non replicò. Sorrise anche lui.

L’uomo sbottonò la camicia, la prese dal colletto e la tirò indietro, incagliandosi; imprecò. Lei si addolcì, come se avesse visto cadere suo figlio; delicatamente lo aiutò a sfilarla. Il vecchio slacciò la tuta, allargandola in vita; cadde in un sol colpo.

Rimase in mutande; faceva un po’ ridere.

Tenendola per mano la condusse a riva. La pioggia picchiava forte.

La donna rimase in sottoveste bianca, dopo essersi sfilata dalle spalle, in una mossa esatta, il vestito leggero che indossava: un coacervo di colori. Piombò da solo al suolo, fradicio, raggomitolandosi esatto in un pugno. Ne uscì fuori lenta, attenta, reggendosi alle spalle di lui.

Insieme, facevano ridere un po’ meno.

L’acqua stagnante del lago li accolse dolcemente, carezzando i loro piedi nudi, mentre la pioggia batteva incessante, increspandola.

Lui la stringeva a sé per proteggerla, ma era lei a non farlo cadere.

Il giorno dopo si svegliarono in un unico abbraccio, con un forte raffreddore.

Un mese dopo tornarono a vivere in città.

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