Dall’alba al tramonto

Viveva con lei in una casetta sul lago. Erano un paio di anni oramai. Lo avevano deciso all’alba, in una primavera di circa quarant’anni prima, sulla stessa riva; le mani intrecciate, un unico sguardo verso il sole che nasceva a nord est, qualche chilometro in là. Lui l’aveva detto per primo, e ci credeva; lo sognava da quando aveva visto quella riva per la prima volta, da ragazzino. Era nato in città, famiglia benestante, istruita; lei aveva passato la maggior parte della vita in un paesotto di montagna, prima di andare a vivere proprio un paio di isolati distante da lui.

Incominciarono incrociandosi per strada. Poi lo stesso liceo, la stessa università. Una dichiarazione di amore che fu’ come un fulmine a ciel sereno, prima di un temporale annunciato. Gli anni di insegnamento, le esperienze condivise, la stessa sostanza, due diversi punti di vista.

Il tempo scorreva, nessun figlio, nessun nipote. Infine la pensione.

E poi lì. Quella casa, su quel lago.

Lei lo aveva accettato con un sorriso incerto e l’animo titubante. Lui lo aveva deciso come un ultimo atto che sapeva di liberazione.

Il cuore di lei diventò pesante. Le mancavano sua sorella, i suoi figli, e i figli dei suoi figli. Le sarebbe piaciuto averne più di ogni altra cosa e, pensava, era il cruccio della sua vita. Iniziò a realizzarlo esattamente in quei due anni, quando i silenzi si moltiplicarono, e tutto ciò che faceva era ordinare la casa, cucinare, far la spesa, in quel piccolo paese.

Lui invece era come se fosse rimasto in città. Non sentiva più il bisogno di parlare di quello che aveva insegnato per anni. Ne aveva le palle piene. Passava le giornate su internet. Gli si era aperto un mondo che a stento immaginava esistesse. In particolare, andava matto per il gossip, le famiglie reali.

A volte però rinsaviva; abbassava gli occhiali, battendosi le tempie con il palmo delle mani. Appassiva sullo sgabello che reggeva le sue chiappe rinsecchite per ore e ore. Guardava allucinato lo schermo sbattergli in faccia le foto in costume intero della principessa di Monaco, in vacanza a Formentera, chiedendosi cosa avesse fatto di terribile per ridursi in fin di vita in quella maniera.

Durava solo pochi istanti; poi premeva l’indice contro il centro della montatura degli occhiali. Ingobbendosi affilava lo sguardo, e tornava tutto come prima.

Lei aveva gruppi e gruppi What’s up su cui passava metà delle giornate. Colleghe, amiche, parenti. Non era un bel periodo e non era felice, quindi nessuno se la filava. E’ brutto da dirsi ma è così: nessuno si fila le persone infelici.

Passava il tempo buttando frecciatine a chi voleva più bene. Ogni tanto si svegliava, stranamente di buon umore: condivideva la catena o il video di turno, foto del lago, le montagne, selfie di lei in costume intero, sorridente; in testa l’ultimo modello del cappello della regina d’Inghilterra. Ovviamente in poche le davano corda; i trascorsi dei giorni precedenti la rendevano poco credibile. E tutto daccapo, allusioni e frecciatine.

Un pomeriggio lui era al pc; leggeva un articolo di cucina sull’importanza dell’uso del termometro per bistecche. Si alzò dallo sgabello, incamminandosi verso la stanza di ingresso, un tutt’uno con la cucina. Si trascinò lentamente, come oramai faceva da qualche anno. Percorse un breve corrodoietto entrando in quella enorme stanza, pulita, ordinata, un po’ vuota. Arrivò alle tazzine, vicine al lavabo; c’era ancora una spugnetta che schiumava sapone. La sua mente andò all’ultima volta in cui aveva lavato una tazzina: la loro seconda luna di miele, a un passo dalla pensione. Quattro giorni al mare. Era stata una pessima idea: il caldo, la gente, le zanzare, i rumori. Il penultimo giorno avrebbero dovuto fare un giro in barca, ma la moglie ebbe un malore.

Rimase a letto tutto il giorno, lui al suo fianco, fino al mattino. Preparò la colazione e gliela servì. In tutti quegli anni non aveva mai fatto niente del genere. Lei sorrise, lo premiò con un bacio.

Stava ancora male, ma il peggio era andato via.

Il vecchio tirò appena le labbra; gli si incise in faccia un sorriso malinconico. Durò pochi istanti, un tuono lo fece sobbalzare. Fu come uno schiaffo. Alzò lo sguardo e fuori vide sua moglie, riparata, al centro del gazebo. Il suo corpo si stagliava contro le montagne; nuvoloni neri incombevano minacciosi. Lei era lì in piedi, di spalle, immobile, avvolta in un vestito leggero, colorato, che le lasciava scoperto il trapezio. Teneva le mani strette al petto, stringendo qualcosa che proprio non voleva lasciar andare. Guardò bene e gli sembrò di notare quelle spalle strette sussultare, come se avesse il singhiozzo. Si accorse di aver dimenticato il motivo che lo aveva spinto a muoversi dalla sedia. Si voltò di istinto, cercando il computer e quello sgabello alle sue spalle, nell’altra stanza. Li trovò immobili, ai piedi della finestra. Da quel lato il cielo era sgombro e azzurro, con qualche nuance rossastra. Con la solita lentezza andò alla porta di casa e l’apri. Passo dopo passo si avvicinò a quella donna, sua moglie. Il vento cercava di dissuaderlo, lui sfregò la pelle grinzosa appesa ai bicipiti, tirando avanti.

Ai suoi ultimi passi la donna si accorse di lui. Come se uno sconosciuto l’avesse vista nuda, mosse entrambe le mani verso il basso, un solo gesto, tenendole unite. Lui le seguì, e notò l’anulare della sua mano destra rintanato nella mano sinistra. Le si affiancò, tenendosi alle sue spalle, esausto. Poi si voltò verso il lago, e andò a stanare la sua mano destra, stringendola. Era umida. Guardò il lago anche lei, e si sentì a suo agio, vestita, ancora per un po’.

Rimasero ammutoliti per minuti e minuti, le mani incrociate, come quarant’anni prima. Tra le montagne il sole andava a dormire a nord ovest, senza lasciare traccia.

D’un tratto iniziò a piovere e lui ruppe il silenzio “Siamo qui da due anni e non abbiamo fatto il bagno neanche una volta…” disse, con un tono leggero.

Lei non seppe trattenersi e scoppiò in lacrime, ridendosela. “Ora non lo farebbe mai nessuno …” cinguettò vulnerabile. Lui guardava innanzi a sé, allucinato; si batte’ le tempie con i palmi di entrambe le mani, scosse appena il capo, abbassandosi gli occhialetti da vista sul naso. Poi si voltò e la fissò. Premette gli occhiali al centro della montatura, rialzandoli. Socchiuse gli occhi per vederla meglio. Inumidì le labbra secche e tremanti e, tremando, le disse, come se bestemmiasse “Peggio per loro!”.

Lei sorrise e non replicò. Sorrise anche lui.

L’uomo sbottonò la camicia, la prese dal colletto e la tirò indietro, incagliandosi; imprecò. Lei si addolcì, come se avesse visto cadere suo figlio; delicatamente lo aiutò a sfilarla. Il vecchio slacciò la tuta, allargandola in vita; cadde in un sol colpo.

Rimase in mutande; faceva un po’ ridere.

Tenendola per mano la condusse a riva. La pioggia picchiava forte.

La donna rimase in sottoveste bianca, dopo essersi sfilata dalle spalle, in una mossa esatta, il vestito leggero che indossava: un coacervo di colori. Piombò da solo al suolo, fradicio, raggomitolandosi esatto in un pugno. Ne uscì fuori lenta, attenta, reggendosi alle spalle di lui.

Insieme, facevano ridere un po’ meno.

L’acqua stagnante del lago li accolse dolcemente, carezzando i loro piedi nudi, mentre la pioggia batteva incessante, increspandola.

Lui la stringeva a sé per proteggerla, ma era lei a non farlo cadere.

Il giorno dopo si svegliarono in un unico abbraccio, con un forte raffreddore.

Un mese dopo tornarono a vivere in città.

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Fumo e benzina

Tornavo a casa che puzzavo sempre di alcol, fumo e sudore. Puzzava la mia pelle, la mia barba; i miei vestiti, le mie mani. Amavo l’odore delle mie mani. Amavo annusare indice e medio quando tiravo dalla sigaretta. Quell’odore di carne impregnata di fumo, carne affumicata, la mia. I miei vestiti, quasi sempre gli stessi; una tuta, di marca. Sembravo un barbone, nonostante avessi i soldi per potermi pagare tutto ciò che volessi, compresi i litri e litri di alcol che tracannavo ogni giorno. Avevo smesso di curarmi, anche un minimo. Avevo smesso di scegliere i vestiti da indossare, nonostante ne comprassi tantissimi, ad ogni cambio di stagione. Avevo smesso di lavarmi ogni giorno, i denti, di rado. La mia pelle unta, la mia faccia gonfia, deforme. Guardarmi allo specchio mi ricordava ogni mattina quanto fosse bello, puro, il mio viso, quando ancora non ero schiavo dell’alcol. Ma anche quel pizzico di rabbia che un tempo mi portava a fare a botte con le mie abitudini era oramai andato via. Era subentrata una apatica rassegnazione. Rassegnazione all’alcol, alla vita, alla gente, alle sue mancanze, alle mie.

Non frequentavo più nessuno in maniera abituale, e quando iniziavo a farlo scomparivo. Avevo due cellulari. Uno per la padrona di casa e i familiari stretti, che oramai evitavano di chiamarmi, uno per la gente che conoscevo ogni giorno, nelle mie camminate, sulle chat che frequentavo, prevalentemente di incontri occasionali.  Dormivo, per metà del tempo. Per l’altra metà bevevo, facendo cose irrilevanti.

Poi conobbi X e tutto cambiò. L’incontrai una sera in un locale. Ci ero andato con un amico a caso, le solite intenzioni. Tra un negroni e una doppio malto alla spina mi ritrovai non so come a discutere sul sesso orale con tre ragazze, e tra di loro c’era lei. Una era la solita falsa pudica: il suo “ma certo che non lo faccio” mutò in un “non parlo di queste cose” (ragione per la quale continuava a rimanere tra noi e a parlarne) per poi diventare un “sono fatti miei”. Per trarre le mie conclusioni bastò notare come il tessuto di tutti i vestiti che indossava, in pieno inverno, non fosse sufficiente a farci una sciarpa. Poi c’era la disinibita: parlava, parlava parlava; raccontava di quanto le piacesse, di come fosse brava, di come conoscesse ogni punto del piacere, tecniche al limite dell’equilibrismo. Aveva i capelli unti e ricci, gli occhi a palla, occhiali spessi con una montatura rossa, ed era grassa; si attaccava al cellulare nell’esatto momento in cui smetteva di parlare. Chissà pensai, se ne fa almeno la metà di quanto ne parla. E poi c’era lei: ascoltava in silenzio, al mio fianco. Spesso sorrideva, ogni tanto rideva di gusto, principalmente dopo che buttavo giù una sorsata abbondante di birra, e mi impegnavo il più possibile, scavando tra le mie vecchie battute più riuscite. A una certa finii la birra, e l’entusiasmo della discussione andò scemando. La pudica venne raggiunta da un gruppetto di amiche che la invitò a entrare in pista e a ballare un po’. Ci salutò accodandosi a loro, mentre la disinibita si alzò, dileguandosi lentamente, messaggiando al cellulare. Rimasi solo con lei ed ero in imbarazzo; sentii fortissimo il bisogno di bere, per recuperare brillantezza. Stavo quasi per alzarmi quando mi guardò, scrollò le spalle e disse “Io li faccio i pompini.” Quella sera non me ne fece, nonostante un po’ proprio ci sperassi. Passammo una bella serata. Per un paio di ore parlammo di un po’ di tutto, e in quelle due ore dimenticai di aver bisogno di bere per potermi sentire a mio agio, brillante, desiderabile, migliore di quello che pensavo di essere da sobrio. A fine serata ci salutammo con una stretta di mano e un abbraccio tiepido; mi lasciò il suo numero scritto su un foglietto, con le dita e il fondotinta (di una sua amica).

Dalla sera seguente incominciammo a uscire insieme. Prima da soli, poi, pian piano, con i suoi amici.

Ripresi a vestirmi bene, e a prendermi cura di me.

X non beveva, io, da quando l’avevo conosciuta, cercavo di limitarmi durante la giornata, accelerando poco prima di vederla, continuando per tutta la serata quando eravamo in compagnia. I suoi amici, soprattutto le sue amiche, mi trovavano adorabile. Quando eravamo in gruppo, però, la infastidivo; mi trovava diverso. Parlavamo poco e spesso litigavamo. Ma, sotto sotto, le piaceva avere un ragazzo così: desiderato, al centro dell’attenzione. Riusciva a carpire il desiderio nei gesti, negli sguardi, in piccole frasi dette e in quelle non dette delle sue amiche.

Ogni bel gioco, però, si sa, dura poco. E tutto quell’alcol diventò una presenza ingombrante. Iniziarono le battutine e le invidie dei maschi, gli argomenti di discussione si esaurirono, appiattendosi, l’entusiasmo delle sue amiche scemò insieme alla novità. Un paio di scenate fuori luogo e la convinsi ad allontanarci da quella cerchia di persone che già detestavo.

Con lei stavo bene, e a lei piaceva stare con me.

Sapeva che bevevo troppo, ma non mi diceva mai nulla e io nulla a lei.

Iniziai a bere di meno, e iniziammo a starcene più in casa, noi due, da soli. Condividevamo interessi, passioni, sogni. Per me era tutto nuovo, ed era tutta una scoperta.

Smisi di comprarmi vestiti; non ne avevo bisogno.

Arrivai quasi a smettere di bere, o a farlo di nascosto, nelle rare occasioni in cui sentivo proprio di non poterne fare a meno.

Piano piano subentrò la routine e, per variare un po’, riprendemmo a uscire con i suoi amici. Bastava prendere una birretta leggera per scatenare le solite ironie,  parlare di qualcosa che non fosse il lavoro per essere ignorato. Non avevo più neanche la forza di avvampare, mancava la benzina. Anche lei si sentiva un po’ ai margini, e ne soffriva.

Iniziai a essere sempre più grigio. Non incazzato; apatico, grigio.

E lei lo notò.

Smisi di bere e lo feci per un bel po’.

Il tempo che passavamo insieme scorreva lentissimo, gli interessi in comune sempre più stressanti e impegnativi. Le rare volte che si usciva con i suoi amici era un incubo, anche peggio di prima. Alle facili ironie era subentrata una velata compassione. Le poche parole che mi venivano rivolte riguardavano quasi esclusivamente il fatto che non bevessi più, e di quanto fosse coraggiosa e ammirevole la mia scelta.

Smisi di prendermi cura di me. La barba lunga e incolta; puzzavo.

Le cose peggiorarono ancora, lentamente, fino a precipitare.

Una sera avemmo una discussione particolarmente accesa. Ero troppo nervoso, o troppo apatico. Avevo sempre da ridire, non volevo uscire, le cose che facevamo erano sempre le stesse. Non ero più quello di cui si era innamorata. Non mi ricordo se a dirlo fu lei o io.

Ricordo solo che quella sera tornai a casa mia.

Aprii la porta, la chiave non girò nella serratura per più di un’unica mandata. Le luci erano accese; dalla cucina provenivano risate e un vociare femminile sopra le righe. Mossi pochi passi in avanti e urtai contro bottiglie vuote di birra, in vetro, che si rovesciarono a terra. Le risa e il ciarlare si bloccarono di colpo. Leggermente ingobbito mi incamminai nel corridoio, dirigendomi verso la cucina. Voltai l’angolo e mi trovai di fronte una ragazzina punk, o qualcosa del genere, hipster, non so come andrebbe definita; al suo fianco, un altro tizio che le assomigliava nel vestire. Lei, capelli tinti, rosa e qualche ciocca nera, il suo nero naturale. La frangetta. Le lentiggini. Un po’ di piercing, sparsi qua e là. Lui, in occhiali da sole.

“Ah, ciao.” Mi disse, atonale. Guardai lei e poi lui. “Vai, togliti dai piedi” gli disse. Il tipo la fissò stranito. “Dai su, vai. Sei noioso.” Incalzò, spintonandolo. Il ragazzo barcollò, arretrando. Rimase in silenzio per un po’, fissando lei, poi me. Infine si voltò, prese il suo giubbotto da un appendiabiti storto, vicino alla porta dell’ingresso, ed uscì di casa. Lo seguii con lo sguardo, in silenzio, lei al mio fianco, braccia incrociate: mi fissò per un po’ dalla testa ai piedi, poi si voltò. “Mangi? Ha comprato al cinese” mi disse, riferendosi al tizio che aveva appena cacciato.

Avevo il cellulare spento, e non mi ero accorto del messaggio che la padrona di casa mi aveva mandato: sua figlia non aveva dove stare e avrebbe passato la notte da me.

Stappò due birre e le poggiò sul tavolo; io non fiatai, e le sedetti di fronte. Mise i piatti in tavola e iniziò a parlare, parlare, parlare. Finsi a me stesso di pensarci un po’ sù, poi iniziai a bere.

Bevemmo tantissimo e parlammo tanto. Parlammo di tutto ciò che la riguardava. Mi raccontò delle sue prime cotte, le sue mille storielle, le sue passioni, infiocchettandole come meglio poteva. Sembrava intelligente, oltre che bella.

Alla fine della discussione ci trovammo in silenzio, uno di fronte all’altro. Avvicinò lentamente la sua mano destra, piccolina, alla mia. La schiacciò con una fermezza singolare per una ragazzina così minuta.

In pochi secondi eravamo a letto, avvinghiati l’uno all’altra.

La stringevo e la baciavo, e mentre pensavo di sentire un po’ di quella benzina che da tanto tempo mi mancava risalirmi dallo stomaco al petto, mi resi conto che arrivò in gola, fino a uscire dalla mia bocca.

Feci giusto in tempo a voltarmi prima di vomitare di fianco al letto, inondando il pavimento.

Mi guardò impietosita.

“Potevi dirmelo che non reggi l’alcol”.

Neanche trovai la forza di rispondere. Pulì la stanza e mi mise a letto, si stese al mio fianco, guardandomi dormire di spalle per tutta la notte.

Sentivo il peso della sua compassione.

Il giorno dopo mi svegliai con una bacinella piena di vomito sotto il naso; dall’altra stanza sentivo chiare le sue grida e quelle di sua madre.

“Non lo conosci, è un bravo ragazzo!”

Diceva.

Forse era vero, chissà.

Io, chi fossi, non lo sapevo più.

Sabato grigio.

Era tardo pomeriggio, ed era un sabato grigio.

Non un sabato qualsiasi, bensì il giorno del loro terzo anniversario. Ezra aveva un’oretta di tempo per prendere una bottiglia, correre a casa, mettersi addosso quel completo che a sua moglie piaceva tanto e andare a prenderla a lavoro. Avrebbero stappato sul mare, come lei amava, cenato al suo ristorante preferito, e poi chissà, diceva lei; lui, già sapeva.

Guidava nel traffico, pioviccicava. Arrivò al supermercato inventandosi un posto in un angolino, a spina di pesce. Guardò l’orologio, affrettò il passo.

L’ipermercato era pieno, e non poteva aspettarsi altro, quel giorno a quell’ora. Dovette farsi strada tra donne, nonne, carrelli, correndo tra gli scaffali. Prese frettolosamente una bottiglia di Moët, dirigendosi alla cassa.

Fu tentato di comprarsi del cibo; non aveva toccato nulla per tutto il giorno. Sapeva però che avrebbe perso tempo, e che sua moglie non glielo avrebbe perdonato.

C’era talmente tanta gente che le file arrivavano a essere in trasversale, il corridoio era stracolmo di carrelli, a loro volta stracolmi di cibo. Per un attimo si sentì scoraggiato ma non si diede per vinto. Cercò una coda meno lunga e la individuò, vicina all’ingresso: clamorosamente solo quattro clienti in fila. Si fece coraggio; schiarì la voce e chiese gentilmente all’ultima persona della coda se potesse fargli la cortesia di lasciarlo passare avanti.

“Ho solo questa – aggiunse – … faccio in un attimo”.

“Certo, certo, prego!” sorrise affabile un uomo sui 60 anni, con occhiali da vista sottili.

Un’ altra signora fece lo stesso, anche se di sorridere non aveva alcuna voglia.

Si trovò infine alle spalle di una bionda. Era agitata: rimproverava animatamente un bambino, poco più che neonato, seduto nel carrello. Bastò concentrarsi un attimo su quella chioma e su quella voce squillante che aveva ascoltato per anni, per rendersi conto di chi aveva di fronte. La donna si voltò, proprio pochi istanti prima che la mano dell’uomo le sfiorasse un braccio, lo stesso braccio che ritrasse di scatto, al tatto con essa. Lui riconobbe gli occhi chiari, struccati, quella pelle un tempo liscia e perfetta, ora stanca e rigata da piccole rughe. Lei parlò, e lui le fissò le labbra, quelle labbra carnose che un tempo amava, e che adesso gli sembravano stranamente un po’ sbiadite.

“Ezra!” esclamò la donna.

L’espressione di fastidio che quel tocco le aveva procurato mutò di colpo in un sorriso regale, il suo sorriso. Passò però un istante e quello sguardo mutò; e, come un tempo, era come se non lo guardasse più. Cercò di darsi un tono: stirò i capelli dietro le orecchie con entrambe le mani, irrigidì la schiena, gonfiando il petto, mostrando il seno gonfio che si intravedeva da una scollatura più discreta di quelle a cui lo aveva abituato. L’occhio gli cadde, e notò subito che anche lì qualcosa mancava, o forse era di troppo.

“Alessia!” disse, sorridendo sincero.

Non si sarebbe mai aspettato, dopo quello che lei gli aveva fatto passare, di aver potuto un giorno pronunciare il suo nome con un tono così dolce. Lei gli guardò i vestiti e sorrise; era agitata, ora un po’ di meno.

“Il solito pessimo gusto vedo …” disse, con una punta di sarcasmo.

“Certe cose non cambiano mai … – replicò lui, divertito, a proprio agio – altre invece …”

Scavalcò la donna con lo sguardo, centrandolo sul bambino paffuto, biondo, occhi chiari, seduto di fronte a lui nel carrellino del supermercato. Lei seguì il suo sguardo e scoprì suo figlio, e si sentì ancora vulnerabile “Ah, lui … già, sono un paio di anni oramai che è tra noi.” Disse, e rise; uno di quei risolini fatti per mascherare l’imbarazzo.

Ma non ci riuscì e lui lo percepì.

“Dicevi che sarebbe stata l’ultima cosa che avresti fatto nella vita …”

 “Già, dicevo tante cose. Si cresce, si cambia. Tu invece? Lavori sempre a xxx? Sono passata un paio di volte, per caso… non ti ho mai visto”.

Gli tolse lo sguardo di dosso, sfumando il tono della voce verso il basso, come faceva quando voleva farlo sentire poco importante. Lo scavalcò con lo sguardo, cercando qualcuno, o qualcosa, assente.

“Mi sono licenziato da un paio di anni. Ora lavoro a y, vicepresidente.”

La sua voce era calma; un tempo avrebbe pensato che dirle una cosa del genere lo avrebbe fatto godere. In quel momento lo disse come lo si dice a un vecchio amico. Lei scosse appena il capo, guardandolo come forse mai aveva fatto. Rimase un istante interdetta, reclinando il capo, si spostò i capelli dagli occhi e riprese a parlare.

“Vicepresidente? …”

“Già. Il padre di mia moglie è a capo dell’azienda. Ho iniziato dal basso, ma mi sono dato da fare.”

“Ah… tua moglie, capisco.”

Lei stirò nuovamente i capelli dietro le orecchie; stavolta con una sola mano. Lo faceva quando era nervosa, più del solito. Ricordava anche questo. Accennò un sorriso, lei lo colse, e lo ricambiò, ma si vedeva che non sorrideva, ed era anche un po’ spezzata.

“Amore …” arrivò lui, corricchiando, trafelato.

Era un uomo grassoccio, piazzato, con una testa enorme, spelata.

“Guarda un po’! C’è più carta ed è in offerta.” Disse l’uomo, stringendo in mano una confezione di carta igienica.

Ezra trovò buffo l’entusiasmo con cui l’omone disse quella frase, e non si sforzò di non farlo notare. Continuò a sorridere, cercando lo sguardo di lei; non lo trovò, ma questa volta non per le solite ragioni.

“Bravo, metti nel carrello.” Disse lei, decisa.

L’omone la guardò un po’ intontito, lei si passò nuovamente una mano tra i capelli

 “Salve – disse Ezra, porgendo la mano all’uomo – con sua moglie ci conosciamo da una vita.”

Lui sorrise affabile, ricambiando sorriso e stretta.

“Piacere mio! Colombo.” Disse l’uomo, mentre la donna non li guardava.

“Beh, avrei solo questo; spero di non darvi troppo disturbo se salto la fila.”

Ezra indicò la bottiglia; marito e moglie la guardarono, e per lei fu l’ultima mazzata, o almeno così pensava. “Oh, si festeggia allora!” incalzò Colombo.

 “Già, tre anni di matrimonio. Mia moglie tiene parecchio a queste cose.”

Lei ricordò tutti i loro anniversari di fidanzamento passati sotto silenzio, e quella fu l’ultima mazzata.

“Beh, allora le auguro di passare una splendida serata!” replicò cordialmente Colombo.

“Già.” Aggiunse nervosamente la moglie, continuando a cercare qualcosa che proprio non riusciva a trovare.

Ezra rimase lì un attimo, in silenzio; poi scrollò le spalle, sorridendo imbarazzato.

“Vado allora … buona serata anche a voi e grazie!” disse tutto di un fiato.

“Arrivederci!” replicò l’omone.

“Arrivederci.” Gli fece eco la moglie; un’eco lontano.

Ezra superò il carrello e si portò avanti nella coda. Alle sue spalle Colombo lo seguì con lo sguardo, poi guardò suo figlio: felicità. Gli pizzicò le guance.

“Come sei bello, bello, tutto papà” ; il piccolo rise, un guaito, come fanno i bambini.

Ezra non sentì nulla, se non un peso che dopo anni volava via. Arrivò alla cassa, pagò la bottiglia con la carta di credito e ogni rumore, ogni parola sembrava ovattata, lontana anni luce da lui. Uscì dal supermercato con un sorriso leggero, non pioveva più.

Bastò il trillo del cellulare per riportarlo alla realtà. Un messaggio: sua moglie. Non era contenta: era in ritardo, come al solito. In realtà non lo era ancora. Mise il telefono in tasca, accelerando il passo, un po’ più appesantito.